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Il WWF (World Wide Fund) da sempre si batte per la preservazione degli ambienti naturali e soprattutto per garantire la sopravvivenza delle specie animali. Purtroppo ci sono moltissime specie animali a rischio di estinzione, e i motivi sono molteplici. La causa ha un minimo comun denominatore, ed è l’uomo, che invadendo le aree e gli habitat tipici di talune specie ne mette a rischio la riproduzione. Un’altra azione umana che mette a repentaglio gli animali è la caccia, soprattutto quella non regolamentata e svolta fuori dai circuiti legittimi, vale a dire il bracconaggio. Si potrebbe pensare che il fenomeno del bracconaggio al giorno d’oggi non dovrebbe più avere motivo di esistere.

In passato gli uomini andavano a caccia per procacciarsi il cibo, ma attualmente questa necessità non esiste più, se non in alcuni casi limite. Purtroppo però il puro piacere di uccidere e di inseguire un animale inteso come “sport”, come mero passatempo, è un’abitudine che esiste tuttora e che si cerca con molta difficoltà di combattere. Nella comunità montana Alto Jonio ci sono dlele aree protette, quelle in cui il bracconaggio non può essere praticato in nessuna maniera e nemmeno la caccia, lo stesso WWF ha pubblicato un dossier dal titolo molto significativo: “Furto di natura: storie di bracconaggio made in Italy”. In questo documento si fa il punto della situazione, a dimostrazione del fatto che il bracconaggio è una realtà ben lungi dall’essere stata debellata. Nel dossier vengono riportati innanzitutto dati, ma anche esempi concreti, e si parla di alcuni risvolti dell’attività di caccia illegale poco noti ma non di meno preoccupanti. Si comincia però, come dicevamo, con i numeri: secondo quelli forniti dalle forze dell’ordine, soprattutto dalla Polizia, e da altre associazioni, sembra che tra il 2014 e il 2015 il fenomeno del bracconaggio sia aumentato in Italia di oltre il 40%. Le specie animali che ne sono principalmente vittime sono gli uccelli, con una percentuale di oltre il 60%. Nel 31% dei casi le specie animali che vengono cacciate sono protette e in via di estinzione. L’esempio più eclatante riguarda il nibbio reale, un piccolo rapace assai facilmente riconoscibile, del quale vengono uccisi da 50 a 150 esemplari ogni anno. In tutto si stima che siano 8 milioni gli uccelli che sul nostro territorio ogni anno trovano la morte per mano degli uomini. L’Italia è infatti un Paese strategico nel calendario delle migrazioni, ma purtroppo il viaggio di molti volatili si interrompe qui, e per sempre. Le aree in cui si registra il più alto tasso di bracconaggio sono 27: si tratta, ad esempio, delle valli del bresciano, dove si da la caccia ai piccoli passeriformi; di Ischia e Procida; dello stretto di Messina. Abbiamo detto che sono gli uccelli le principali vittime di queste stragi, ma non di certo le uniche: c’è anche la pesca di frodo, soprattutto nel canale di Sicilia dove si pesca il pesce spada, specie protetta. Ci sono infine i mammiferi, come gli orsi, i cervi e i cerbiatti, i lupi. Le pene per chi viene colto in flagranza di reato sono molto lievi, e per di più assai di rado le leggi vengono applicate con rigore. Quasi mai è imposto il carcere, per lo più il bracconiere se la cava con una multa, nemmeno troppo salata. Senza contare le numerose connivenze tra bracconaggio e malavita organizzata. A conclusione del dossier dunque il WWF propone un inasprimento delle pene, ipotizzando l’istituzione del reato di “delitto di uccisione di specie protetta”.